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giovedì 20 dicembre 2012

LO HOBBIT - un viaggio inaspettato

Il troppo stroppia, Sir Jackson



Diciamolo subito, l'attesa per questo film era veramente altissima, così come le aspettative.
Il semplice fatto che Peter Jackson, a distanza di 9 anni (e circa 30 kg di peso perso) dalla conclusione della trilogia del Signore degli Anelli, una delle più belle saghe cinematografiche mai realizzate, tornasse all'opera nell'adattamento di un'altra opera di Tolkien e ci riportasse nella terra di mezzo che ci aveva fatto amare, è un motivo ampiamente sufficiente a giustificare tale esaltazione.

Questo ha reso fin da subito il progetto molto complesso e pericoloso. Tralasciando le mille vicissitudini produttive attraversate da questa produzione (che hanno portato alla rinuncia da parte del regista inizialmente designato, Guillermo Del Toro), è evidente come un predecessore di tale livello costituisse un convitato di pietra a dir poco opprimente; difficilmente si sarebbe potuto replicare il livello qualitativo della trilogia dell'anello, difficilmente si sarebbe potuto soddisfare il pubblico e la critica con una tale unanimità ed un tale successo.
Come se questi dubbi non fossero sufficienti, durante la fase finale della produzione è stato deciso che l'adattamento del romanzo sarebbe stato diviso in due film, e infine addirittura in una trilogia.
Come 350 pagine potessero essere adattate in tre film da quasi 3 ore ciascuno[1] in modo soddisfacente e senza dare la sensazione di brodo inutilmente allungato, era uno dei motivi principali di preoccupazione, da parte mia, di fronte a questo progetto, ripeto, tanto atteso.

Dubbi che purtroppo hanno trovato piena conferma nella realtà del prodotto finito.


Lo Hobbit non è un brutto film, questo va immediatamente messo in evidenza, ma è un film che perde troppo facilmente e troppo spesso di vista l'obiettivo, cioè il raccontare una storia nel modo migliore possibile.
E così ci si trova davanti ad un film che non sa esattamente che strada prendere, se puntare sull'epica (poco appropriata al romanzo di partenza) o sulla leggerezza di toni, che non sa se prendersi sul serio o impostarsi su un registro più giocoso, se cercare di replicare i fasti di nove anni fa o reinventarsi da capo.
E sopra a tutto regna incontrastata la ridondanza e l'esagerazione.

Quasi da subito si può intuire che qualcosa non vada nella strada intrapresa: ad un bellissimo prologo che introduce un background di ambientazione all'impresa che muoverà il film, segue un secondo prologo, ambientato nella Contea cronologicamente appena prima del Signore degli Anelli, che risulta di fatto inutile per lo svolgimento della trama.
Il suo unico scopo è autocitarsi e far contenti i fan della trilogia dell'anello facendo tornare sullo schermo il personaggio di Frodo, in un mix di inutilità e puro autocompiacimento francamente disarmanti.

E lungo tutto il film la situazione rimarrà la stessa, un mix estremamente discontinuo di scene riuscite (e alcune molto riuscite) e scene evitabili, mal riuscite, ridondanti, eccessive e a volte noiose; tutto ciò che riguarda Radargast il bruno è un mix di insensatezza e inutilità totali, nulla aggiunge al film, ma funge da puro collante con la trilogia dell'anello, così come tutta la (esteticamente pregevole ma narrativamente inutile e noiosa) sezione ambientata a gran burrone, ancora, un tratto della "riunione" dei nani a casa Baggins rappresenta uno spreco di tempo e produce cali un effetto difficile da sopportare (la canzone del lavaggio piatti con annesso balletto in salsa Disneyana: è...agghiacciante) o tutta la sequenza dei giganti di roccia, puro sfoggio di abilità tecnica e (magnifici) effetti speciali del tutto fini a se stessi.

Scene d'azione tanto ben girate quanto eccessive nel concetto e nella messa in scena (come tutta la sequenza della fuga dei nani dalle caverne degli orchi, tirata avanti all'inverosimile, ben oltre i limiti di sopportazione) non fanno altro che appesantire ulteriormente quello che poteva essere un film fresco, immediato, interessante e appassionante, facendolo scadere spesso in puro polpettone.
Tagli per almeno un'ora avrebbero giovato, e di molto, alla riuscita del film.


Naturalmente gli aspetti positivi ci sono, e non sono trascurabili.
Al di la della sempre grande abilità di Jackson nel manovrare la cinepresa, che in più occasioni da origine a scene di grande impatto, alcune sequenze sono pressochè perfette, come la riunione dei nani a casa Baggins (finchè la sua durata eccessiva non ne spezza irrimediabilmente il ritmo), lo scontro con i tre troll e, soprattutto, l'incontro tra Bilbo e Gollum, la gara di indovinelli nelle tenebre. Scena, quest'ultima, letteralmente da brividi.
Gli effetti speciali poi sono di livello eccezionale, tra le cose migliori viste ultimamente su uno schermo cinematografico.

E Martin Freeman è l'attore perfetto per il ruolo che deve ricoprire. Lui è Bilbo Baggins, non lo interpreta, non sta recitando, ma sta vivendo in quel personaggio. Ogni cosa che fa è non solo completamente credibile, ma assolutamente reale. Faccio fatica a ricordarmi un attore così ben immedesimato in un ruolo fantasy come questo. Un grande Bravo! a Freeman.
In generale, comunque, tutti gli attori sono bravi o molto bravi, niente da dire a questo riguardo.


Sostanzialmente quindi ci troviamo di fronte ad un film che poteva essere eccezionale, ma in cui l'ego di regista e sceneggiatori, l'incapacità di porsi dei limiti (e in questo sicuramente ha pesato il budget triplicato rispetto a quello a disposizione per i tre film del signore degli anelli) e la volontà di mettersi in mostra superano l'istanza narrativa, dando vita ad una giostra impazzita che gira a vuoto a ritmo oscillante, che passa attraverso momenti bellissimi ma nel complesso risulta decisamente deludente.

Ora ci sono altri due film per scoprire se si tratta di un'inciampo momentaneo (come spero) o se, purtroppo, Lo Hobbit sarà una grandissima possibilità sprecata.

G.C.


[1] : "Un viaggio inaspettato" dura 169 minuti, la durata degli altri due capitoli non è ancora stata resa nota.

martedì 13 novembre 2012

ARGO

La mia storiella è l'unica cosa tra voi e una pistola alla testa. 



Non giriamoci intorno più di tanto, andiamo subito al punto.
Argo è uno dei migliori film che abbia visto quest'anno.
Potrebbe essere addirittura il migliore. Perchè è un film denso, intenso, duro e leggero, secco ed aperto al pubblico, un film d'autore che sa intrattenere come solo il grande cinema sa fare, e perchè è una grande, sottile, dichiarazione d'amore verso il cinema.

Ben Affleck (qui regista e attore protagonista) conferma che la sua folgorazione sulla via di damasco della regia cinematografica non è risultata in un fenomeno passeggero, ma invece la scoperta di una vera abilità, di un grande talento che speriamo possa continuare a portare la sua linfa al cinema per gli anni a venire.
I suoi primi due film (Gone baby gone e The Town) sono stati acclamati dalla critica, ed ottimamente recepiti dal pubblico. Con la sua terza opera non solo si conferma, ma compie un netto passo avanti.
Passo, questo, che certifica il suo raggiungimento della piena maturità artistica.


Argo è un film che riesce nell'ardua impresa di raccogliere il testimone del grande cinema degli anni '70, coniugando intrattenimento e profondità con un equilibrio ormai rarissimo.
Profondamente ancorato al suo genere in termini di dinamiche e risvolti narrativi, Argo non cerca mai di strafare; non vuole trascendere, ma vuole interpretare al meglio.

E questo riesce grazie alla sceneggiatura di ferro, abilissima nello sviluppare la trama e nel costruire con poche, secche, pennellate i personaggi.
In questo senso, anche, il film di Affleck si mostra per quello che è, un thriller procedurale in cui più che le psicologie e l'approfondimento dei personaggi, ciò che conta sono le loro interazioni e le azioni che compiono. Senza risultare mai, tuttavia, delle macchiette o dei semplici elementi narrativi senza altro scopo.
La trama è inchiodata ai personaggi, e i personaggi sono inchiodati alla trama. Questo vincolo a due vie risulta fondamentale per la riuscita del film, con l'aggiunta di attori sempre all'altezza del ruolo, sempre in grado di dare il massimo e perfetti per il proprio ruolo (anche lo stesso Affleck, di gran lunga il miglior regista di se stesso).

Sopra a tutto, però, ciò che rende Argo un grande film è la regia.
Affleck mette in mostra una notevolissima padronanza del mezzo cinematografico.
Costruisce una narrazione dal ritmo impeccabile, mai un solo momento fuori tono o fuori dalla chirurgica precisione con cui le sequenze sono costruite. Che il momento richieda un ritmo disteso, che richieda un ritmo frenetico, Affleck è eccellente nel trovare ciò che serve (in questo aiutato da un montaggio sempre perfetto).
Eccezionale in questo la costruzione e la gestione della tensione che vengono messe in mostra nel finale, di grandissima intensità, in grado di tenere incollati alle poltrone con il fiato sospeso fino al termine della sequenza, per poi concedere un rilassamento della tensione tale da far scendere quasi qualche lacrima (come succede all'alto funzionario della CIA all'interno del film).


Basato su una storia vera, Argo ricostruisce alla perfezione l'ambientazione storica (anche se, sulle vicende, predilige sempre lo spettacolo all'inerenza storica, ma non deforma mai la sostanza dei fatti), inizialmente attraverso un'introduzione animata che inquadra la situazione socio-politica in cui la vicenda si va ad ambientare, ed in seguito attraverso un uso della regia, della fotografia e della scenografia di alto livello.

La scena iniziale, post introduzione, è esemplare in questo senso. In pochi secondi ci catapulta in mezzo alla sollevazione popolare Iraniana davanti all'ambasciata americana nel 1979, la camera a mano in mezzo alla folla furiosa che inneggia contro l'ospite indesiderato, la bandiera americana bruciata; immagini potenti, che fanno subito capire che ci si trova davanti ad un film di livello.
La fotografia granulosa, satura, di quelle tipiche delle riprese del periodo. Non ha bisogno di altro per darci un'ambientazione temporale in cui non sarà difficile credere per tutto il resto del film.


E l'amore verso il cinema.
Solo in questo modo può essere letta la volontà di realizzare un film in cui il cinema sia la massima farsa, il massimo inganno, la massima falsità, pieno di difetti, infamie, rancori, ma in cui tutto questo sia ciò che, in fin dei conti, permette di restare in vita.
Il mondo reale che si mescola alla finzione, la finzione che permette di scappare dal mondo reale, letteralmente di liberarsi di un mondo opprimente, che ci da la caccia, ci vuole stanare e colpire.
Una dichiarazione d'amore più bella, Affleck non avrebbe potuto mai metterla in scena.

E allora, concludiamo, ecco perchè questo è il film da vedere, da non perdere a qualunque costo.
"Argo vaffanculo".

G.C.


sabato 10 novembre 2012

COGAN - killing them softly

 Devi essere pronto a fare qualcosa



Un film con molti piani di lettura.
Ecco cos'è il nuovo lavoro di Andrew Dominick, regista poco prolifico ma molto efficace nel trasmettere concetti e sensazioni attraverso le proprie opere, dotato di un talento nella narrazione per immagini che non si esaurisce nel raccontare una storia, ma la arricchisce di significati e suggestioni tali da rendere chiara la presenza di "altro" dietro quella che di fatto è una trama molto semplice e diretta.

Il film vuole raccontare una storia di degrado fisico e morale, malavita, speranze e rassegnazione, all'interno del quale è impossibile non cogliere un'amara riflessione sul mondo moderno, e in particolare sull'America moderna.


Partendo da una struttura da gangster movie di stampo classico, che certamente piacerebbe a Scorsese per gestione del ritmo e gusto nelle inquadrature, il lavoro di Dominick si avvale di una serie di metafore ben pensate e ben sfruttate (nonostante la brevissima durata del film, solo 80 minuti).
I parallelismi al mondo moderno e alla sua struttura gerarchica sono chiari, quasi urlati; i "loro" che controllano e monitorano la situazione senza mai essere visti, lo spietato sicario che fa ciò che deve essere fatto, l'autista che si tappa il naso e fa da tramite dei loro messaggi, i personaggi manovrati come marionette.

I cosiddetti "poteri forti", la politica, i media, il popolo.
E se osservata in questa luce, una vicenda banale assume un interesse inaspettato.
I dialoghi che possono apparire inutili, forzati, monotoni, assumono un senso; ogni personaggio rappresenta qualcosa nella società moderna.
E così nell'ex sicario ora alcolizzato e sessuomane è possibile vedere la politica degenerata, non più in grado di tenere le redini della situazione affogata nei suoi vizi e nella sua deformità.
Nel gestore della lavanderia che ordisce il piano della rapina, è chiaro il parallelo con chi sfrutta il lavoro altrui per fregare il banco ed arricchirsi.

E nel killer interpretato da un sempre più bravo Brad Pitt, è impossibile non vedere la mano del potere politico, che ha ormai perso la sua funzione di appoggio alla gente comune, che è rimasta sola, abbandonata, ma non la sua capacità organizzativa, la sua capacità di prendere decisioni e mettere in atto i suoi piani piani.
Solamente, con l'ultima, durissima, battuta, ci spiega quali sono, oggi, le sole leve che lo fanno muovere.


Dal punto di vista formale, il film è ottimo.
La regia è impeccabile, tanto da riportare alla mente lo Scorsese migliore, quello dei gangster movie. E se pure non raggiunge certi livelli (e ci mancherebbe), la gestione della narrazione è sempre perfettamente controllata e bilanciata, lo stile asciutto, essenziale, la violenza per niente stilizzata, ma diretta, mostrata esplicitamente ma non spettacolarizzata. Una violenza che colpisce e fa male.
In questo è supportato da una fotografia di alto livello, che permea tutto il film di una plumbea depressione che non si esaurisce mai, dando vita a scene dal grande impatto visivo.

Attori bravi, alcuni molto bravi (Pitt, Gandolfini, ma su tutti Jenkins), sebbene il doppiaggio italiano non aiuti su alcuni personaggi.
Graditissima la presenza di Ray Liotta, in un'ottima interpretazione nel ritorno al genere che l'ha reso famoso.


E se è innegabile che il ritmo non sia esattamente una delle caratteristiche migliori di questo titolo, tant'è che il film mostra diversi tempi morti nonostante la breve durata, con dialoghi a tratti eccessivamente prolungati e momenti non sempre del tutto necessari allo svolgimento della trama o alla costruzione dell'atmosfera e delle metafore di cui si è detto sopra, questo non inficia il risultato finale che, almeno nella mia opinione, è un lavoro con qualcosa da dire, una personalità spiccata e in definitiva un buon film, che, in questo momento cinematografico, non andrebbe sprecato.


G.C.







martedì 6 novembre 2012

007 - SKYFALL

...giovane non è sempre garanzia di rinnovamento



Se c'è una cosa che fa davvero piacere, è quando i pregiudizi che si aveva vengono smentiti.
Non sono mai stato un grande fan della saga di 007; ho sempre trovato che fosse costruita da giocattoloni divertenti ma sostanzialmente anonimi, senza una vera personalità nè alcuna ambizione che non fosse quella di staccare il cervello per un paio d'ore e farsi affascinare dallo charme del Bond di turno (fosse l'ottimo Connery o il dimenticabilissimo Brosnan).
Non mi aspettavo quindi moltissimo da questo ultimo episodio, sebbene i nomi coinvolti nel progetto (il regista Sam Mendes in primis) potessero far pensare a qualcosa di più.

Bene, mi sbagliavo.
Perchè se è vero che anche in Skyfall si mantengono ben saldi alcuni aspetti tipici della saga (dall'immancabile elemento action, anche preponderante a tratti, all'umorismo caustico tipicamente british), in questo caso ci troviamo davanti ad un film che finalmente scopre il potenziale dei suoi personaggi e delle sue trame, e decide di sfruttarlo, se non appieno, il più possibile.


Così, all'interno della struttura tipica del blockbuster hollywoodiano, trovano spazio un'analisi dei personaggi e degli eventi assolutamente atipici per un film di questo genere.

Il James Bond incarnato da Daniel Craig è un personaggio assolutamente tridimensionale, sfaccettato, un uomo che si trova a dover trovare nuovamente uno spazio in un mondo che non è più il suo. 
Non è più il tempo delle spie e dell'MI6, il loro lavoro non è più necessario.
Non abbiamo mai visto, in nessuno dei film precedenti, un Bond così fortemente provato dal tempo, un uomo distrutto che sa di dover ricominciare da 0.
E così assistiamo, insieme alla classica missione da compiere, e al classico nemico con cui scontrarsi, ad un percorso interiore che porterà il personaggio a rinnovarsi. Attraverso il suo passato.

Tutto il film è permeato infatti da una costante tensione tra passato e futuro, tra tradizione e innovazione; in questo senso è emblematica la scena dell'incontro in un museo tra Bond e il nuovo, giovanissimo, Q. 
Da una parte un passato che conosciamo e che sappiamo funzionare, ma che fatica ad adeguarsi alle modifiche del mondo che lo circonda, dall'altra un futuro incerto, pronto, reattivo, flessibile, ma ancora acerbo e pieno di incognite.
E non è quindi un caso che nella conclusione, oltre a trovare un personaggio evidentemente scritto per Sean Connery (peccato abbia rifiutato il ruolo), dopo un viaggio metaforicamente indietro nel tempo il passato venga affrontato, sfruttato, ed infine rimosso, pur se molto dolorosamente, per fare spazio al futuro. 


E tutti i personaggi principali sono costruiti e analizzati nei loro lati oscuri in maniera più che buona, da M, interpretata dall'eccellente Judy Dench, al villain Silva, interpretato da Javier Bardem.
Quest'ultimo, nonostante risulti un diretto derivato del Joker de il cavaliere oscuro, risulta un villain completo e convincente, che sfrutta appieno il tempo che ha sullo schermo per dare vita ad un perfetto esempio di totale ribaltamento della prima impressione (per citare "Come entrare in scena sembrando Malgioglio ed uscirne sembrando Hannibal Lecter").

E se, quindi, dal punto di vista della scrittura abbiamo finalmente uno 007 conscio delle proprie possibilità, dal punto di vista della realizzazione abbiamo un lavoro assolutamente impeccabile.
Mendes è un regista elegante, con grande stile e talento visivo, in grado di infondere all'intera vicenda un sottofondo di malinconia pur tenendo alta la tensione della narrazione e senza perdere mai il filo degli eventi.
La costruzione delle immagini è dominata da assoluta eleganza, grazie anche alla fotografia di Roger Deakins, sostanzialmente il miglior direttore della fotografia in attività.
La collaborazione tra i due autori, nessun dubbio nel definirli così, da origine ad alcuni momenti di inattesa bellezza visiva, come una scazzottata in controluce in un grattacielo di Shangai, in grado di portare svariati momenti, che sarebbero potuti risultare banali, verso qualcosa di nuovo.



Naturalmente non tutto è perfetto.
Nella fase iniziale, dopo l'adrenalinico prologo e gli stupendi titoli di testa, si avverte una certa farraginosità nella trama, che fatica inizialmente a dipanarsi e rischia di incartarsi su se stessa.
Per fortuna il rischio viene sventato, e la narrazione si fa più agile e fluida, ricomponendo tutti i pezzi e non permettendo più all'attenzione di calare e trascinando fino alla definitiva rottura con il passato e all'introduzione al futuro che concludono l'opera.

Gli attori sono tutti ottimi ed in parte, a partire da Daniel Craig, che risulta anche questa volta un eccellente James Bond, duro e deciso ma estremamente umano, fragile, soggetto ad errori e ripensamenti, caratteristiche che vengono trasmesse perfettamente dal volto e soprattutto dagli occhi dell'attore inglese.
I comprimari, anche, non si fanno mancare niente, come detto sopra, da Judy Dench a Javier Bardem, da Ralph Fiennes (nonostante un personaggio sacrificato per scopi futuri) a Ben Whishaw, tutti risultano in parte ed ottimamente scelti per ricoprire i propri ruoli, grandi o piccoli che siano.


In definitiva, ci troviamo di fronte ad un blockbuster atipico, elegante e soprattutto solido; superiore a tutto quanto ci viene sottoposto oggi nel campo dell'action e dell'intrattenimento, non il classico baraccone copia-incolla, ma un film in grado di fornire, pur nel suo ambito di appartenenza, qualche interessante spunto che mi fa pensare che l'imboccare questa strada, a 007 non potrà fare altro che bene,


G.C.





giovedì 20 settembre 2012

PROMETHEUS

Seriamente, Ridley, perchè?!



Iniziamo col dire che scrivere questa recensione costa un notevole sforzo fisico.
Di fronte ad un film del genere il primo istinto è quello di rimuovere, smettere di pensarci, fare finta che non sia successo niente e alla fine dimenticare di averlo visto.
Perciò cercherò di reprimere l'istinto e tirare fuori un discorso logico, coerente e sensato per parlare di quello che, alla fine, risulta un pastrocchio senza logica, senza coerenza, e senza senso.

E dire che le premesse per un ritorno in grande stile di Ridley Scott al genere che l'ha reso grande c'erano tutte. Ritornare sui propri passi riprendendo in mano l'universo di Alien, espandendolo (temporalmente all'indietro) ed andando ad analizzare aspetti solo accennati nel film del '79, ma già allora fonte di grande mistero e grandioso potenziale per una nuova mitologia spaziale.
L'inserimento in un contesto di narrativa fantascientifica delle ipotesi sulla creazione della vita sulla terra da parte di una razza aliena, gli interrogativi filosofici più profondi dell'animo umano, in parole povere la buona fantascienza, erano lì a portata di mano; i riferimenti alla letteratura fantascientifica "alta" sono molti, ed evidenti, da Incontro con Rama al gotico Alle montagne della follia attraversando innumerevoli opere dei più grandi autori, e banalizzandole tutte.
Ed è anche, e forse soprattutto, per questo che la rabbia alla fine del film, la sensazione di vuoto, di essere stati presi in giro, sono ancora più grandi alla fine della visione.


Questo film finisce per rappresentare tutto ciò che di brutto si può avere in un film.
Partendo da ottimi presupposti manda tutto al diavolo con questioni pseudo-archeo-filosofiche che dovrebbero coinvolgere lo spettatore, portarlo dentro il mistero e le domande poste dal film, ma che in sostanza non riescono minimamente a compiere il proprio lavoro; colpa di dialoghi scritti male, forzati, mai credibili (anche per colpa degli attori che non sembrano crederci neanche per un secondo, a partire dalla protagonista Noomi Rapace, escluso il sempre ottimo Michael Fassbender, che reciterebbe benissimo anche in un film di Boldi e De Sica) e di uno svolgimento che non segue alcuna logica, nè narrativa nè espositiva.
Assistiamo a degli eventi che non capiamo (e ci starebbe anche, visto che ci staremmo addentrando in un mistero) e che purtroppo continueremo a non capire per tutta la durata del film, che non riesce a fare altro che accatastare un evento sull'altro senza curarsi minimamente del senso del tutto.

E la rabbia inizia a salire.
Inizia a salire perchè non è così che si fa un film, così si fa la prima puntata di una serie televisiva, che proseguirà poi per altre 40 puntate e che avrà tutto il tempo di sviluppare ambienti, situazioni e personaggi, ma un film fatto in questo modo si risolve nell'inutilità più totale. E non è un caso che la mano dietro tutto ciò sia quella dello sceneggiatore Damon Lindelof, creatore e scrittore della serie tv Lost.
Non si regge sulle proprie gambe nemmeno per un minuto.
E alla rabbia inizia a subentrare l'insofferenza.


E' molto difficile proseguire e aggiungere qualcosa, perchè, realmente, qualcosa da aggiungere non c'è.
Il fatto che sia un film senza senso, logica, e sintesi narrativa sarebbe già sufficiente a stroncarlo senza pietà.
Ma sforziamoci e aggiungiamo qualche elemento: i personaggi sono scritti malissimo. Scienziati professionisti che si comportano come bambini idioti, fanno cose per il gusto di farlo, non seguono nemmeno la più basilare delle regole di buon senso, e soprattutto non ragionano neanche per un minuto su quello che fanno.
Per non parlare di un personaggio che appare per 5 minuti di film senza nessun motivo, senza portare avanti di un centimetro la narrazione, sprecando tempo e fiato nel nulla.

L'empatia è sotto zero, il destino dei personaggi non interessa neanche un po', e alla lunga non interessa più nulla del film, quando inizi a capire che a niente di ciò che ti viene fatto vedere verrà alla fine dato un senso.
E la tensione che il film pareva promettere, è del tutto assente. Non si percepisce nessuna emozione legata alla pellicola, niente. Neanche l'unica (unica!) scena creata per mettere paura riesce a scuotere dall'apatia che ormai è entrata fin dentro le ossa.
Rabbia, insofferenza, e infine rassegnazione.

Rassegnazione quando capisci che non c'è niente da fare, che stai guardando qualcosa di inutile, che dovrai dimenticare il più in fretta possibile e fare finta che non sia mai esistito.
Quanto capisci quanto in basso è precipitato Ridley Scott, un regista che è stato grande e ha fatto grande proprio il genere fantascientifico, e che ora pare prendersene gioco senza rispetto per gli appassionati e per il pubblico pagante, rispondendo a logiche commerciali che cercano di serializzare il più possibile qualunque cosa, che non vogliono mettere alla prova il pubblico nemmeno per un secondo, che non vogliono spingersi neanche un millimetro al di fuori del seminato, e che partoriscono orrori di questo genere (altro che il mostriciattolo della scena del cesareo).


Rabbia, insofferenza, rassegnazione.
3 parole che bastano di gran lunga per descrivere quello che è a tutti gli effetti il film più brutto e inutile dell'anno, e non solo. Aggiungiamo inutilità, e il quadro sarà completo.
In Italia abbiamo aspettato 4 mesi più del resto del mondo per vederlo, a causa di una distribuzione "particolare", e ne ero arrabbiato, era un film che attendevo moltissimo.
Ma a posteriori, dopo la visione, avrebbero anche potuto rimandarlo di 4 anni che non ne avrei dovuto sentire la mancanza.

Il primo film di questo blog "da evitare come la peste".



PS: fotografia, scenografie e uso del 3D sono buoni, quest'ultimo aspetto addirittura molto buono, ma a fronte di un film del genere, non sono minimamente elementi sufficienti per andarlo a vedere.

G.C.
Prometheus su IMDB