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mercoledì 4 gennaio 2012

J. EDGAR

Occasione persa. Peccato Clint




Per questo suo ultimo film, Clint Eastwood, alla tenera età di 81 anni, decide di affrontare e raccontare uno dei personaggi più controversi della storia americana: J.Edgar Hoover.

Affidando il ruolo a Leonardo Di Caprio, Eastwood porta avanti una narrazione di stampo classico, che alterna momenti ambientati negli ultimi anni della vita di Hoover con flashback che raccontano ciò che egli ha fatto, cercando al contempo di fare un quadro su chi egli fosse.
Nel fare questo mette in mostra alcune delle migliori caratteristiche del suo cinema; purtroppo, tuttavia, non riesce a sfuggire ad alcune cadute di stile (più o meno evidenti e gravi, a seconda della sensibilità personale dello spettatore) e piccoli problemi che lasciano dell'amaro in bocca e fanno pensare al capolavoro che sarebbe potuto essere, ma che non è stato.


Come per tutti i film di Clint Eastwood non c'è veramente molto da dire.
Il suo cinema è estremamente sintetico, asciutto, senza fronzoli. Sembra guardarti e dirti "se vuoi ascoltarmi, stai seduto, altrimenti alzati e vattene, non piangerò per te".
E anche in questo film la caratteristica di base viene mantenuta. Senza un minimo di introduzione veniamo gettati all'interno del racconto, sentiamo la voce di Hoover raccontare, vediamo le cose succedere.
Inizialmente non capiamo bene.
Ma la matassa è rapida nel dipanarsi e nel saltare avanti e indietro nel tempo, tratteggiando un personaggio complesso e sfaccettato.

Scritto molto bene, Hoover ci viene mostrato attraverso il suo punto di vista, con un espediente narrativo tanto abusato quanto efficacie, e del suo carattere ci viene mostrato tutto. Scopriamo così un uomo ossessionato, condizionato dalla società, dalle aspettative di una madre opprimente, ad essere qualcosa che nemmeno lui conosce e forse che nemmeno lui vorrebbe essere.
E al contempo Eastwood è abile nel mostrare ed evidenziare le contraddizioni del suo protagonista. Laddove ci viene mostrata umanità, subito essa viene repressa e cancellata dal lavoro, dalle responsabilità.
Così esce un personaggio con cui è sicuramente difficile empatizzare, ma costruito a dovere e sicuramente credibile.


A questo contribuisce Leonardo Di Caprio che, sebbene non fosse la scelta migliore per il ruolo dal punto di vista estetico, fornisce una performance credibile sia nei panni del giovane Hoover che sotto il pesante make-up invecchiante. Certo, l'attore è consapevole del potenziale ruolo "da oscar" che sta affrontando, e talvolta cade in eccessi che sarebbe stato meglio non vedere, ma la performance è sicuramente di buon livello.
Nota di demerito al doppiatore italiano, che non riesce ad interpretare credibilmente il vecchio Hoover, andando a sovraccaricare la performance con una voce eccessivamente impostata.

Le interpretazioni sono tutte di buon livello. Spicca quella di Naomi Watts nei panni di Helen Gandy, segretaria personale di Hoover per quasi tutti gli anni della sua presidenza all'FBI.
Bravo anche Armie Hammer nei panni di Clyde Tolson, braccio destro e presunto amante del protagonista.

Dal punto di vista storico/politico, il film è impeccabile. Hoover viene mostrato per quello che era, un abile giocatore sulla scacchiera del potere, che sapeva sfruttare il suo Bureau per ottenere ciò che voleva, un uomo che non si lasciava sicuramente spaventare o mettere sotto da nessuno, presidenti compresi.
E il crollo del suo potere nell'ultimo periodo della sua vita è dipinto in modo eccellente, attraverso un dialogo con Nixon che non ci viene mostrato, ma i cui effetti si fanno vedere in maniera netta ed efficacie.


Uno degli aspetti più delicati di questo personaggio è sicuramente la sua tanto chiaccherata omosessualità repressa.
In questo ambito il film offre al tempo stesso le cose migliori e peggiori dal punto di vista della costruzione delle scene.
Perchè se da una parte Eastwood mette in campo tutta la sua abilità nel gestire l'identità sessuale di un personaggio represso e "negazionista" come Hoover, dall'altra sfasa clamorosamente mostrano un Clyde Tolson assolutamente fuori dalle righe ed eccessivo per il contesto in cui vive e si muove.

E ancora se mostra un tocco geniale nel rendere quella che poteva essere la scena WTF del film come la reazione naturale di un personaggio del genere in un momento di profonda crisi e disperazione personale, dall'altra non sfugge al ridicolo involontario in una sorta di dichiarazione di amore omosessuale senile assolutamente fuori luogo.

In questo ha le sue colpe anche la sceneggiatura, che di sicuro non si sforza troppo di sfumare alcuni aspetti, spesso facendosi prendere la mano e preferendo mostrare tutto, anche laddove sicuramente un non detto sarebbe stato più efficacie.


Se per i problemi a cui accennavo sopra il film di sicuro non può essere considerato un capolavoro, nè di certo tra le vette del cinema Eastwoodiano, bisogna dire che il materiale c'è.
Sicuramente è un prodotto che vale la pena vedere se si è estimatori del regista, o se si vuole approfondire quello che di sicuro è stato uno dei personaggi più importanti dell'ultimo secolo di storia americana.

G.C.


sabato 24 dicembre 2011

SHERLOCK HOLMES - gioco d'ombre

Che esagerazione, Mr. Holmes!



Dopo il successo planetario del primo capitolo, a due anni di distanza esce l'inevitabile sequel di questo adattamento delle opere letterarie di Arthur Conan Doyle.
Robert Downey Jr. e Jude Law tornano rispettivamente nei panni di Sherlock Holmes e del dottor Watson; in cabina di regia rimane l'ex signor Madonna, Guy Ritchie, secondo il detto Hollywoodiano "squadra che incassa non si cambia".
Questo seguito mantiene fondamentalmente  invariate le caratteristiche di base del primo film, andando a spingere più a fondo sul pedale dell'acceleratore, intricando la trama, aumentando le dosi di azione, estremizzando ulteriormente le già spinte caratterizzazioni dei due personaggi principali.

Se a tratti tutto questo fa sembrare il film un passo avanti rispetto al predecessore, a conti fatti sono più i rimpianti per le occasioni sprecate che i reali miglioramenti.


Essendo il secondo capitolo, non starò a sottolineare la miriade di differenze tra l'opera letteraria e quella cinematografica, in tutto un libero adattamento, non certo una fedele trasposizione.
Per questo sequel si è scelto di sfruttare un personaggio importantissimo nell'universo Holmesiano, la sua nemesi, il professor Moriarty (Jared Harris).
La scelta di un villain di tale spessore (letterario) non poteva far altro che comportare una trama più complessa e meno lineare rispetto al primo film, essendo Moriarty un genio criminale con un intelletto addirittura superiore a quello di Holmes.
E in questo il film fa il suo dovere. Fornisce una buona trama di base, la sviluppa e contorce abbastanza bene, e non lascia un senso di banalità o vuoto di storia.


Quello in cui fallisce clamorosamente è lo sviluppo dei personaggi, delle loro motivazioni, dei loro caratteri.
Partendo proprio da Moriarty, il personaggio viene introdotto piuttosto frettolosamente, ma soprattutto non viene approfondito l'aspetto della sua genialità. Risulta in tutto un avversario piuttosto normale; ordisce un piano complesso, ma non eccessivamente, si avvale di trucchi banali per complicare le cose...
Insomma un personaggio che dovrebbe essere iconico risulta...nulla. Assolutamente mediocre, per quanto Harris ci metta impegno e sia piuttosto credibile nel suo ruolo.

Ma anche altri personaggi sono introdotti, tra cui il fratello maggiore di Sherlock Holmes, Mycroft.
Introdotto malissimo, caratterizzato peggio, è a tutti gli effetti un personaggio assolutamente inutile.
Funge da mezzo per raggiungere uno scopo, ma è scritto talmente male da non risultare neanche una macchietta.
Si può dire quasi lo stesso di una zingara francese che accompagnerà i due per buona parte del film, personaggio pressochè nullo dal punto di vista cinematografico, utilizzato (male) ai soli fini della trama.


Holmes e Watson vengono estremizzati in maniera davvero eccessiva, rischiando spesso di cadere nel ridicolo involontario e nel macchiettistico. Il rischio è sventato fortunatamente dall'impegno e dall'indubbia bravura dei due interpreti, ben calati nei personaggi, che riescono a salvare la situazione più volte.
Ma la sceneggiatura di sicuro non li aiuta.

E veniamo a quello che risulta, nel mio personale parere, il problema più grosso del film.
Le scene d'azione.
In questo seguito sono state aumentate in maniera esponenziale sia nel numero che nella dimensione.
Ma sono davvero troppe. Ogni 10/15 minuti ogni idea di trama viene abbandonata in favore di una qualche scena d'azione quasi sempre fine a se stessa, che sia un corpo a corpo con un cosacco, una sparatoria in treno, o una fuga in un bosco.
Inoltre in molte di queste scene viene fatto un uso smodato e decisamente improprio del ralenty, che stanca presto e rende interminabili e visivamente pacchiane le suddette scene.
Il tutto a scapito dell'elemento d'indagine che dovrebbe essere centrale in un film su Sherlock Holmes.
In questo caso il lavoro dell'investigatore si riduce ad un correre tra un luogo e l'altro tentando di ostacolare i piani di Moriarty, ma senza alcun tipo di dilemma. Tutto è già lì, pronto e servito.
Il che non può che essere un male.


Non è tutto da buttare ad ogni modo.
Come film d'intrattenimento funziona, non annoia (quasi) mai, fa passare le sue due ore di durata con relativa rapidità, ma decisamente non è il passo in avanti che ci si poteva aspettare viste le premesse.

Le musiche di Hans Zimmer sono davvero molto buone, ottima ispirazione ed ottima connessione con le immagini. Raffinatissima la citazione al Don Giovanni mozartiano.

Ci sono anche un paio di sequenze davvero azzeccate e d'impatto (aiutate molto dalla musica), ma non riescono decisamente a sollevare il livello del film dalla mediocrità in cui si adagia.

In conclusione, non è un film che consiglierei.
I fan del primo film probabilmente lo apprezzeranno almeno un po', ma sono convinto che anch'essi non potranno non esserne delusi in una qualche misura.
Di sicuro incasserà bene, ma il cinema d'intrattenimento americano ha bisogno di una boccata di ossigeno fresco, e questo film non fa altro che confermarlo


PS: collateralmente, Ritchie riesce ad allestire quella che probabilmente è la più pacchiana scena finale del Don Giovanni che si sia mai vista nella storia.

G.C.


giovedì 22 dicembre 2011

LE IDI DI MARZO

Sono sposato alla campagna, signor governatore




Il ritorno di George Clooney dietro la macchina da presa conferma senza dubbio il fatto che questo ruolo gli si addica ben più di quello di attore.
Adattando una piece teatrale, Clooney mette in scena una storia di illusioni, ideali spezzati, tradimenti che tiene fede al suo titolo.
Raccontando la campagna per le primarie democratiche nello stato dell'Ohio attraverso gli occhi dell'addetto stampa Steven Myers, il film riesce a colpire nel segno, seppur risultando a tratti eccessivamente programmatico.


Fin dalla primissima scena veniamo proiettati nel clima del film, fatto di macchinazioni e trucchi messi in pratica dallo staff di Mike Morris (George Clooney), in corsa per ottenere la nomination democratica alla presidenza degli stati uniti.
Di questo staff fa parte, tra gli elementi di punta, Steven Myers (Ryan Gosling), giovane ma già esperto addetto stampa, disposto a tutto per vincere, purchè "creda nella causa".

Pur peccando leggermente in lentezza nelle prime fasi, il film si prende il suo tempo per descrivere la situazione e far adattare il pubblico allo stile che si terrà lungo la narrazione. Poca azione, molte parole.
D'altronde è un film sulla politica, e cos'è la politica se non parole?
La sceneggiatura riesce in poche battute a descrivere con grande efficacia i personaggi e le loro caratteristiche fondamentali.
In questo è supportata dalla regia asciutta e pulita di Clooney, che dimostra, dopo Good Night and Good Luck, di saper maneggiare molto bene materiale di questo tipo, senza indulgere in virtuosismi o abbellimenti che mal si sarebbero abbinati con una narrazione di tal genere.


Quella che sembra inizialmente nulla più che una normale campagna elettorale, condotta comunque entro certi "limiti", degenera sempre più in uno scambio di colpi sotto la cintura tra le avverse parti, che porterà radicali mutamenti nel modo di vedere le cose da parte dei protagonisti di questa vicenda.
Timonieri che si troveranno in balia della tempesta degli eventi e dovranno lottare per riprendere la rotta.

In queste fasi la regia e la sceneggiatura concorrono molto bene nello sviare l'attenzione degli spettatori da quello che risulterà essere l'evento principe della campagna, portando il pubblico a credere che i fatti fondamentali siano altri.

Le dinamiche politiche sono descritte con grande accuratezza e verosimiglianza, rendendo sempre credibile quello che si vede.
Inoltre le ottime musiche di Alexandre Desplat aggiungono un substrato di tensione che aumenta ulteriormente il coinvolgimento del pubblico nella vicenda.


Tuttavia è impossibile non notare due buchi di sceneggiatura piuttosto grossi. Non ne scriverò perchè risulterebbero anticipazioni importanti sulla trama, ma invito a porre attenzione ad un paio di passaggi che risultano decisamente forzati.
Per carità, in un'ottica puramente cinematografica funziona tutto, ci si può passare sopra e farsi trascinare dal vortice degli eventi, ma riflettendoci, non si può fare a meno di evidenziarne la presenza.

Dal punto di vista tematico il film risulta ambivalente: coraggioso da una parte, programmatico e un po' ruffiano dall'altra.
Il coraggio di sicuro non manca, nel descrivere una disillusione nella politica che, dopo un mandato Obama, si respira negli stati uniti e nel mondo, dopo l'entusiasmo iniziale, e nel mettere in evidenza il potenziale corrosivo del potere, che non lascia immune nessuno.

Ma al contempo è ruffiano nel fare questo.
E' chiaro che, in questo momento, è facile girare un film "antipolitico", è facile fare presa sul pubblico con un messaggio così nettamente negativo.
Non ci si pone il problema di mediare, di mostrare qualcosa di buono, ma si descrive un sistema corrotto e immorale fino al midollo, in grado di sbriciolare ogni tipo di speranza.

Mi sarebbe piaciuta una descrizione più sfumata, meno dicotomica. Ma sono gusti personali.


Le idi di marzo rimane comunque un film più che buono, ben scritto, ben girato, ben interpretato (Gosling sugli scudi, confermandosi probabilmente il miglior attore della sua generazione, ma tutto il cast, composto da alcuni dei migliori caratteristi in attività, è in parte e convincente in ogni frangente.), che consiglio a tutti, con un potenziale grandissimo.
Probabilmente non espresso fino in fondo, ma dopo l'ultima scena, è impossibile rialzarsi dalla poltroncina del cinema senza sentire un piccolo nodo allo stomaco.

G.C.

mercoledì 7 dicembre 2011

MIDNIGHT IN PARIS

Uno sguardo avanti, sognando sempre il passato




Io Woody Allen lo adoro.
Adoro il modo in cui scrive, il modo in cui trasmette le sue insicurezze e nevrosi e le imprime sulla pellicola.
Adoro quel modo tutto suo con cui costruisce le inquadrature, quel suo modo di gestire i dialoghi con estrema naturalezza, quel ritmo che riesce a dare ad ogni conversazione.
Adoro le stranezze nascoste dei suoi film, i piccoli dettagli che rendono grottesco un contesto all'apparenza perfettamente normale.
E adoro soprattutto la sincerità e la trasparenza con cui si racconta attraverso le sue storie.

E tutto questo, in Midnight in Paris, c'è.


Devo ammettere che partivo con qualche perplessità nei confronti di questo suo ultimo lavoro.
In primo luogo perchè nei suoi ultimi film Allen mostrava una certa stanchezza, quasi che fare film fosse per lui diventato un peso, un compitino da svolgere una volta l'anno con puntualità per portare a casa i soldi.
In più, non pensavo che l'idea di uno scrittore che "viaggia nel tempo" passeggiando per Parigi durante la notte fosse particolarmente accattivante.

Beh, mi sbagliavo.
Allen affila le sue armi migliori e si getta con foga in un progetto in cui crede molto, e che evidentemente sente molto dal punto di vista personale.
A partire dal protagonista, uno sceneggiatore ormai stufo di scrivere filmacci Hollywoodiani e che si vuole gettare nella letteratura "seria", Allen mette in campo sè stesso.

Non in prima persona. La costante degli ultimi film del regista americano è la ricerca di un alter ego a cui affidare idealmente il testimone, perchè sia il nuovo Allen nei prossimi film di Allen.
E in questo caso trova in Owen Wilson un eccellente sè stesso.


La trama da la possibilità ad Allen di spaziare con la fantasia in lungo e in largo, andando a sviluppare temi a lui cari e ad affrontare il concetto stesso di "età dell'oro", centrale in questo lavoro.

Subito veniamo messi a contatto con un classico protagonista Alleniano: paranoico, ipocondriaco, stressato, indeciso. Un personaggio che si sente fuori dal suo tempo, fuori dalla società che abita, che sente di appartenere idealmente agli anni '20, la sua età dell'oro.
Addirittura si sente fuori dalla sua stessa vita, che porta avanti quasi per inerzia, non trovando vere motivazioni nè per cambiare, nè per continuare.
Per non farsi mancare nulla, la relazione che porta avanti con una ragazza troppo diversa da lui è ulteriormente peggiorata dai genitori di lei.

La presentazione dei personaggi è puramente Alleniana. Secca, senza fronzoli, costruita tramite rapidi scambi di battute e dialoghi brevi.
Ed è molto efficacie. Immediatamente si riesce ad entrare nell'ambiente del film, l'empatia con il protagonista, Gil, è immediata.

Tuttavia in questa fase si sente una certa pesantezza di fondo, una lentezza che, pur non essendo eccessiva, si sarebbe potuta evitare con qualche taglio in sede di montaggio.

Ma il film deve ancora decollare, e lo farà.


Da quando Gil inizia a "viaggiare nel tempo" passeggiando per Parigi a mezzanotte, Allen si scatena.
Riportato alla sua età dell'oro, gli anni '20 del novecento, Gil entra in contatto con tutte le più grandi personalità artistiche del periodo, da Hemingway a Fitzgerald, passando per Picasso, Dalì e mille altri.

Allen ha così la possibilità di sviluppare un discorso sul destino e al tempo stesso sul compito dell'artista nella società, un discorso sentito profondamente dal regista, che riversa in questo film tutta la sua esperienza e la sua cultura.
Inoltre è libero di forgiare con l'immaginazione questi giganti della cultura mondiale, ricreandoli a partire dalle loro opere, dalle loro biografie, e rendendoli personaggi fortemente caratteristici e caratterizzati.
Personaggi che lungo il film si riveleranno tutt'altro che perfetti, tutt'altro che consapevoli della propria grandezza, eccessivi, improbabili, esilaranti (il Dalì interpretato da Adrien Brody farà storia con la sua apparizione di soli 5 minuti).

Inoltre Allen gestisce il tutto con mano ferma e decisa, tipica del suo cinema. Senza fronzoli porta avanti con coerenza il film, fino alla "morale" e al probabilmente troppo prevedibile finale.


Il film è estremamente raffinato e profondamente colto.
Innumerevoli come ovvio i riferimenti all'ambiente culturale degli anni '20, che necessitano di essere quanto meno conosciuti alla lontana per non trovare il film troppo "esterno" allo spettatore.
Fotograficamente non spicca per originalità, ma riesce a rendere molto bene una vita notturna pulsante nella città delle luci.

Il divertimento non manca, l'intelligenza tantomeno.
Un piccolo appunto al doppiaggio italiano, che credo danneggi pesantemente alcune interpretazioni, su tutte quella di Marion Cotillard, in un ruolo centralissimo e punto di svolta del film
Nonostante non sia decisamente il suo capolavoro (la sua età dell'oro è ormai passata) ancora una volta mi devo trovare a dire "Io Woody Allen lo adoro"


G.C.



venerdì 4 novembre 2011

FAUST

Quello che non ti aspetti, fatichi a credere che sia reale.


Eccoci alla recensione più difficile che io abbia mai scritto, e che probabilmente scriverò per parecchio tempo.
Il trionfatore dell'ultimo festival di Venezia è un film assolutamente cinefilo, di un'elitarietà cui personalmente fatico a trovare paragoni nel cinema degli ultimi 10 anni.
Il regista, Alexander Sokurov, ha detto proprio al festival che lo ha premiato:

"Il film non ha bisogno dello spettatore, è lo spettatore che ha bisogno del film"

e quella che poteva apparire come una provocazione intellettual-snob si rivela invece una vera e propria dichiarazione di intenti e di poetica, realizzata appieno da questo film.
E' un film di un'autorialità totale questo Faust, denso, verboso, sporco, inquieto e inquietante, intellettuale, immaginifico, visionario, ma soprattutto estremamente complesso.


Diciamolo subito: questo film, almeno a livello di "trama", ha relativamente poco a che fare con l'opera di Goethe.
Ne riprende spunti, tematiche e basi, per poi distaccarsene con personalità e originalità, dando vita ad un discorso filmico in tutto separato dal corrispettivo cartaceo, come chiaramente indicato dall'iniziale "liberamente ispirato a".

Ma dicevo di un film assolutamente autoriale;
questo Faust lo è senza dubbio. A partire dalla costruzione visiva tutto concorre a trasmettere le idee che l'autore ci vuole comunicare, senza una sola concessione al pubblico, senza un solo momento che non sia necessario alla costruzione stilistico-ideale del film.
Volutamente tralascio la costruzione narrativa, perchè è evidente già da subito che quest'opera non vuole assolutamente raccontare una storia, non vuole portarci dal punto A al punto B attraverso un percorso di tipo espositivo, ma vuole farci percorrere un sentiero molto più impervio, fatto di concetti, immagini, parole, senza i quali il film non avrebbe alcun senso di esistere.
Mai come in questo caso la trama ha poca importanza, e il contenuto assume importanza totale.


Questo Faust non ci mostra l'ossessione di un uomo, la sua sete di conoscenza e desiderio di controllo, ma ci racconta la natura umana, sempre divisa tra regole e una moralità imposte dalla società, dalla religione, e la volontà di controllare tali regole, di creare un proprio corpus di valori e morale che possa sollevarci dalle nostre responsabilità e farci sentire in pace.

In questo senso il dottor (professor) Faust non viene rappresentato come uno scienziato ossessionato dalla conoscenza della natura e dal suo controllo, ma fin dall'inizio come un uomo che vuole comprendere l'animo umano, che vuole manipolarlo come fa con l'intestino e le interiora di un corpo proprio nella prima scena del film.
Questo Faust vive in un'oppressione continua, in un mondo che non gli appartiene, con un padre che lo vorrebbe veder dedicarsi alla medicina "concreta" e una società che non riesce a fornirgli neanche di che sopravvivere.
Gli ambienti opprimenti, la fotografia livida e slavata contribuiscono a mettere in scena un mondo lurido, sporco, deforme, parallelo evidente di quella che il regista russo vede essere la società moderna, fatta di sedicenti dottori, ladri, usurai, popolata da una quantità di folli che non sanno nemmeno di esserlo.
Una società composta da persone che non aspettano altro che di poter vendere la propria anima a qualcuno pur di raggiungere quelli che vedono come le proprie aspirazioni.

In questo ambiente si inserisce la figura del tentatore, colui che si insinua nella mente predisposta alla deformità di Faust (in questo senso sono notevolissime le deformazioni prospettiche messe in scena, a sottolineare ora la deformità mentale del professore, ora la  sua volontà di fuggire da situazioni che lo stanno schiacciando, ma da cui non c'è scampo) e lo trascina passo dopo passo fino all'inevitabile e celeberrimo contratto (che viene però firmato solo dopo un'ora e quaranta di film, su poco più di due ore totali).


Le tentazioni e le prove che Faust attraversa sono messe in scena con una forza espressiva notevolissima, e senza alcun tipo di timore nel mostrare anche le peggiori mostruosità e scene terribilmente forti e scabrose.
In questo anche il pubblico è trascinato nel vortice di Faust, anche noi vogliamo capire, vogliamo controllare gli eventi, vogliamo far sparire ciò che non approviamo e far durare a lungo ciò che desideriamo.
Ma è un gioco al massacro quello di Sokurov.

Mano a mano che il momento del fatale contratto si avvicina, ecco che ci viene mostrata la sofferenza di chi prima di Faust ha ceduto alle lusinghe del tentatore, esplicitate in una delle scene più orripilanti che mi sia mai capitato di vedere.

La volontà di Faust di far procedere il mondo secondo le sue regole, puerili imitazioni delle regole divine, è resa ancor più forte dallo scontro tra uomo e natura che regna su tutto il film.
Una natura che imperversa, invadendo gli spazi e l'anima dell'uomo, portandolo dove esso non vuole andare, scontrandosi con lui e restandogli incomprensibile ed incontrollabile, anche laddove egli creda di averla dominata completamente con la sua scienza.


E dopo aver raggiunto il suo obiettivo l'uomo (nella persona di Faust) non può fermarsi, non può godere di ciò che ha conseguito, ma, legato alla sua inevitabile natura, non può far altro che proseguire, continuare a crearsi nuovi ostacoli, nuove tentazioni a cui trovare soddisfazione, continuare ad andare "oltre" ancora ed ancora, senza possibilità di raggiungere la pace.
In questo senso Sokurov sembra suggerire che il tentatore non sia un demone, non sia un agente del male, ma non sia altro che la doppiezza della natura umana, portata per natura a combattersi e a spingersi sempre più lungo il baratro, ancora e ancora fino alla fine di tutto.

Il film non può e non deve essere visto da tutti.
Non è un film normale. E' più una sfida che il regista ci pone.
Una tentazione a seguirlo nel suo percorso filosofico ed entrare con lui nei meandri della natura umana.
E inquadrando uno specchio come prima immagine sembra volerci dire che non stiamo guardando qualcosa di esterno, ma che in verità non stiamo guardando altro che tutti noi.

Un film forte e difficile, che non concede nulla e non si lascia guardare dal pubblico occasionale, ma spinge la sua ricerca oltre il piano cinematografico come solo i capolavori sanno fare.
Ho detto capolavoro? Forse sì, forse no.

Lascio ad altri le definizioni. Io personalmente, fatico a credere che sia vero.

G.C.